London Sinfonietta diretta da Markus Stenz
Auditorium di Santa Cecilia, Roma, 14 febbraio 1996

Charles Ives, The Unanswered Question
Luca Francesconi, Plot in fiction
Gyorgy Kurtag, Messages of the late Miss R.V. Trousova
Steve Reich, City Life

Stasera ho avuto una sensazione di vuoto: non so, forse dipendeva dal fatto che la sala era semivuota, o perché nessuno dei pezzi mi è piaciuto veramente; ma credo che la vera ragione è che le ragioni del «rito» concerto stasera erano più deboli del solito, come sempre avviene quando qualche elemento manca – in questo caso il pubblico. E’ sorprendente come neanche il brillante modo di suonare della Sinfonietta sia stato sufficiente a farmi cambiare impressione. La sala non è adatta per eseguire Ives, il teatro di Kurtag perde tutta la sua forza, il pezzo di Reich poi non è adatto ai concerti e stop. I suoni campionati con voci di persone sono troppo impersonali quando dipendono dall’azione di un tasto di una MIDI keyboard, soprattutto quando divengono protagonisti e gli strumenti reali passano sullo sfondo.

In tutti i pezzi c’era qualcosa di molto bello , ma nessuno, tranne forse Ives – ma è molto breve – reggeva per tutta la durata; Reich comincia con degli accordi struggenti – nel senso metropolitano, sublimazione dei paesaggi urbani americani, colonna sonora ideale di un cinema tanto conosciuto da diventare emozione immediata, senza nessun tipo di elaborazione o riascolto – da cui si capisce quanto Reich debba a Stravinsky, e quanto ancora si riveli immenso il genio di Stravinsky. Kurtag ha dei brani della serie assolutamente stupefacenti, per combinazioni di timbri, idee gestuali; ma la struttura portante, la concezione del canto, è ancora troppo espressionista, troppo Europa, troppo fine di un’epoca per avvincermi completamente. Francesconi scrive bene, sapiente mano ed elegante risultato. L’oboista era molto bravo, Gareth Hulse; il pezzo però è un pezzo da camera degli anni ‘80, che vuol dire? Pieno di luoghi comuni (vedi l’attacco, la conclusione), bene per chi l’ha scritto, che conosce un po’ meglio il suo mestiere dopo l’esperienza della scrittura, un po’ meno bene per chi ascolta.

Follia comunque non pubblicizzare questi concerti e non inventare delle iniziative per renderli più appetibili ai giovani, l’unico pubblico possibile per qeste opere (i vecchi non le ameranno mai, né proveranno, tranne rare eccezioni, il desiderio di conoscerle). Bisogna aprire le porte dei concerti di musica contemporanea, abbassare il prezzo dei biglietti e fare molta pubblicità, trovare una grafica meno altera nei programmi e un’organizzazione meno «seria» in sala da concerto. Poi bisogna cambiare i programmi, alternando opere al margine tra classica e altri generi con opere più saldamente ancorate alla tradizione. Per opere marginali intendo più in là di Reich.

© Lamberto Coccioli 1996